Chi è di noi che, intraprendendo un qualsiasi cammino di spiritualità o di ‘crescita personale’, non ha sognato il momento dell’illuminazione, del risveglio, del sentirsi appartenente all’oltre, all’eterno, al mondo che ci trascende e insieme ci ingloba? Anch’io, naturalmente, pur essendo anche una ben povera viaggiatrice astrale, che a volte ascolta con reale invidia, pur ben mascherata, i racconti di chi ne ha più esperienza di lei.

E’ che io sono molto terrena, e faccio veramente molta fatica a staccarmi dall’illusorio mondo dei sensi che mi circonda, forse anche per una mancanza di reale fiducia, che non mi permette di lasciarmi andare. Ricordo che in una meditazione a casa, di ormai anni fa, ero riuscita a tacitare per un po’ i miei pensieri e ad un tratto mi sono trovata sull’orlo del… niente. Percepivo solo un senso di vuoto assoluto, e ne ho avuto una paura così grande che me ne sono ritratta immediatamente. Devo tornare alla mia infanzia per avere ricordi di ‘uscita dal corpo’ : l’uso delle virgolette non è casuale, per me allora era semplicemente un guardarmi mentre stavo distesa nel mio lettino, dall’altezza del soffitto. Non mi faceva paura ma nemmeno mi esaltava come mi esalterebbe ora; a me bambina di 7-8 anni sembrava una cosa normalissima, poi tornavo giù e mi addormentavo.

Ma poi uscire dal corpo e illuminarsi non sono affatto la stessa cosa. Nella prima esperienza si rimane comunque ben presenti a se stessi mentre nella seconda si sperimenta un senso di fusione con l’universo che ci fa dimenticare noi stessi. E’ così? Sto banalizzando?

Ma perché io ho bisogno di esperienze straordinarie rispetto alla quotidianità per sentirmi una creatura fatta di spirito oltreché materia, che poi forse è spirito pure quella, oppure energia se vogliamo, e l’energia cos’è? Troppe domande, restiamo sulle esperienze di illuminazione.

Ho appena terminato di leggere un libro* che racconta la storia di Yvan Amar, conclusasi in senso terreno con la sua morte avvenuta nel 1999, all’età di 49 anni per una grave malattia polmonare. Yvan era un ricercatore e maestro spirituale, aveva un centro di insegnamento per aiutare gli altri a sviluppare consapevolezza del valore della propria vita e soprattutto della relazione con l’altro.

Molto giovane va in India, dove vive nell’ashram del saggio Swami Chandra per diversi mesi, convinto di dover diventare anche lui Swami, maestro. Invece rientra in Francia, e si mette ad insegnare yoga e meditazione, ma ancora sente come mentisse a se stesso. “Iniziavo ad avere il presentimento che in realtà stavo cercando un fondamento ‘ultimo’, e che tutti gli insegnamenti che avevo avuto mi proteggevano dalla paura che avevo del mondo. Nel più profondo di me stesso sentivo che doveva pur esserci una via nel mondo: una via dell’immanenza entro la quale fosse possibile vivere il Reale.”

Così decide di rinunciare a vivere – nel modo in cui lo ha fatto fino a quel momento – le cose in cui ha creduto fino ad allora, ma senza abbandonarle, vivendole invece nella quotidianità di una esistenza qualunque. Fino ad allora aveva pensato che il risveglio di cui parlano i mistici induisti fosse un obiettivo a cui tendere, e invece scopriva che non si trattava di trascendere il movimento della vita (essa stessa Reale con la r maiuscola) ma di congiungersi a quel movimento, di essere una sola cosa con esso: qualcosa che non aveva bisogno di essere capito, ma di essere vissuto.

Ecco come descrive questo momento, che lui chiama il suo risveglio:

Sentivo che questa vita mi amava così com’ero, per il solo fatto di essere me stesso. Nessuna visione, nessuna allucinazione, era qualcosa di molto semplice, concreto, d’immediato, che mi coinvolgeva interiormente e che io riconoscevo.” E aggiunge ‘Forse sto per tornare ad essere la persona che ieri schernivo, che guarda la televisione, mangia una bistecca, va al cinema e si comporta come tutti gli altri.’

Svanita l’euforia della scoperta (‘in quel momento vivevo la gioia esuberante della libertà ritrovata’), Yvan scopre che deve integrare la sua illuminazione nella realtà quotidiana, e questo è un lavoro continuo, da farsi con umiltà e costanza.

Torno a me: dunque non devo aspettarmi dopo ore e ore di meditazione che mi si apra improvvisamente davanti una luce accecante, che io mi senta trasportata in un’altra esistenza, o che comunque viva un’esperienza irraccontabile ed estatica, una specie di ascesi mistica dopo la quale non sarò più la persona che ero prima, e la mia vita di tutti i giorni mi apparirà vuota e banale… è un sollievo da una parte, e dall’altra un rendersi conto che il tuo‘risveglio’ lo devi incarnare in ogni tuo gesto, pensiero, parola, che cresce mentre tu invecchi e non finisci mai di ‘risvegliarti’.

Io credo che dagli anni, fine ‘900, in cui Yvan Amar descriveva la sua concezione di risveglio, questa consapevolezza si sia diffusa molto e che molti, fra quelli che cerchiamo di curare anche la nostra essenza spirituale, siamo convinti di non doverci aspettare roveti ardenti o esplosioni di luce al termine di un nostro cammino, dopo di che siamo a posto. Ma, mi domando, questa sensazione di ineffabilità, di gioia, quando ‘capiamo’ senza capire, come è successo a lui, questa possiamo aspettarcela? Eh no, l’aspettativa non paga. Anzi. Dobbiamo solo riconoscerla nelle piccole cose o grandi che abbiamo intorno, forse. Mi viene in mente uno di questi momenti, che mi è capitato durante un percorso di crescita personale. Camminavo lungo un fiume e mi sono appoggiata alla spalletta del lungofiume. Sull’acqua galleggiavano pezzi di polistirolo bianco, forse qualche altra spazzatura. E d’un tratto ho ‘sentito’ che tutto questo faceva parte di un’unità, che non dovevo stigmatizzare ma starci dentro, che io ero quel polistirolo, e l’acqua del fiume, e il sole che mi scaldava le spalle. Non riesco a descriverlo meglio, ma è stato un momento di esaltante bellezza, durato pochissimi minuti, o forse secondi. Forse era il mio primo risveglio.

*Marie de Hennezel “Morire a occhi aperti” – Lindau ed. 2006