Ho lasciato la mia casa nel tardo pomeriggio, quando il sole già emanava quella luce calda che prelude al declino, ad ovest. Potevo ancora sentire la pressione delle mie mani appoggiate sulle gambe, mentre lo sguardo mi prospettava paesaggi inediti, che riposavano al di là del velo della coscienza.

Aprendo gli occhi ho trovato attorno a me il deserto, con la sua vertigine unica, che espande l’anima e annebbia la vista. Essere al centro di un deserto non è diverso da stare in mezzo al mare: in questa impressionante, sconfinata uniformità la mente si perde e l’essere diviene qualcos’altro. Niente più memorie, legami, identità. Solo un muto, increspato riverbero che si propaga intorno, in ogni direzione. A volte penso che l’infinita Intelligenza che ha creato ogni cosa abbia designato appositamente questi luoghi allo spaesamento, affinché potessimo apprendere ad essere questo ‘qualcos’altro’, profondamente connesso alla nostra autentica natura di viandanti.

deserto

Mi sono inginocchiata a terra ed ho carezzato con le mani la sabbia tiepida, vellutata; vi ho affondato le dita e ne ho raccolta una manciata. Mentre sollevavo verso di me quel piccolo tesoro, che già ribelle scorreva via obbedendo alle leggi del vento e della gravità, compresi come quella selva di minuscoli grani era lì per testimoniare la regale abbondanza del nostro universo, dove ogni luogo è densamente abitato da creazioni, magari microscopiche ai nostri occhi, ma ricche di nobiltà e di una storia misteriosa, imperscrutabile ed antica. Non c’è spazio, o tempo, nella creazione, in cui abiti la scarsità: milioni di attimi, di respiri, di sguardi, di pulsazioni…

Dolcemente, davanti a me, apparve un’oasi: un piccolo bacino d’acqua, di un azzurro che virava al verde, era fiancheggiato da alte palme. Attratta dal richiamo di una pace silenziosa, mi immersi in quelle acque, mentre il loro colore si fondeva con quello dei miei occhi e con il vasto cielo sovrastante, ed io diventavo un’immensa ninfea fluttuante.

ninfea

Chiusi gli occhi e mi lasciai andare in questo nuovo status, incarnando la quieta consapevolezza di un vegetale.

Mi risvegliai con il dorso a contatto con il nudo suolo, soffici fili d’erba carezzavano le mie dita.

Intorno a me le montagne circondavano il mio sguardo, in una sorta di immenso abbraccio cosmico. Mi sentii leggermente, sottilmente sprofondare, centimetro dopo centimetro sempre più dentro il cuore della Terra, sempre più giù, nel ventre di tutti i ventri, figlia amata dalla madre di tutte le madri. Mi rannicchiai in quel nido di generosa misericordia, respirando lentamente. Come un animale, protetto nella sua tana nel corso del gelido inverno, godevo di quel tepore rassicurante, in cui nulla poteva scalfirmi, né invadermi. Ad una distanza indefinita sopra di me il vento fischiava battendo la vallata, ed un brivido di soddisfazione attraversava la mia schiena nel sapermi al riparo.

grotta

Iniziai a rotolare, morbida, accovacciata intorno mio centro, ed il rotolio impercettibilmente divenne una rotazione che insisteva sul mio asse… lo spazio circostante si fece ampio, mentre la mia orbita aumentava di raggio, sempre di più.

Fuori solo il rumore maestoso dei pianeti nel loro vorticare, e la vasta distesa del cielo, a perdita d’occhio, con le sue distanze incommensurabili. In quello spazio enigmatico il nulla si riuniva al tutto, in un elegante e mistico paradosso, ed io sentivo di affondarci dentro, con piacere e paura, mentre remote sensazioni bussavano alle porte della mia memoria, per poi allontanarsi lasciando solo il profumo della loro assenza.

Percepii la mia materia rarefarsi, e trasformarsi in pura luce, mentre istintivamente aprivo i miei arti, estendendomi in ogni direzione possibile. Salii accelerando potentemente attraverso il paesaggio astrale, e mentre le stelle attraversavano il mio corpo diafano sentii un’immensa fiducia prendere posto in me. Sorrisi.

stelle

In quell’immenso oceano di esistenza il mio petto comprendeva in sé ogni impulso, ogni disegno, ogni possibilità… lieve ed eterea come una medusa mi inchinai con gratitudine a quella Sapienza eterna che aveva concepito questo vasto gioco che chiamiamo vita. Sentii la mia fronte pulsare, mentre un raggio la penetrava, e mi ritrovai prostrata, con il volto a terra, le ginocchia unite, nella penombra della mia camera.

Fuori un’esile falce di luna rischiarava già il cielo.

Fonte: Accademia Infinita